Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze.

Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsenti all’uso dei cookie. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai alla sezione Cookie Policy. Per saperne di piu'

Approvo
Martedì, 16 Luglio 2024
025_radallarm.jpg180_winet.jpg040_compasso.jpg220_liaci.jpg200_carrozzo.jpg205_martena.jpg020_idrovelox50.jpg210_mondofiori.jpg010_bluesea.jpg
"Carmiano: Anno Domini 1560", di Mario Spedicato

"Carmiano: Anno Domini 1560", di Mario Spedicato

Il 1560 è un anno importante per la storia di Carmiano. Segna una svolta decisiva nelle vicende della piccola comunità salentina. In quell’anno si inaugura la nuova chiesa parrocchiale con una nuova intitolazione, quella di Maria SS. Assunta, che sancisce la definitiva obbedienza alla religione cattolico-romana. L’Assunta nel Mezzogiorno d’Italia assume un chiaro significato simbolico, quello del distacco irreversibile dalla chiesa cristiano-ortodossa di Bisanzio per far parte in maniera esclusiva del mondo cattolico sotto la guida del papato di Roma. La nuova chiesa carmianese, come tante altre nate nello stesso periodo, riassume e porta a compimento un processo di affiliazione cristiana diverso da quello del passato, quando appunto la chiesa d’Oriente resta un punto di riferimento ineludibile per le istituzioni religiose e per il clero salentino. Questo riferimento si interrompe, seguendo una nuova traiettoria istituzionale, quella della chiesa cristiana d’Occidente, disciplinata dall’autorità indiscussa del pontefice romano e dalle normative che vanno maturando con il Concilio di Trento, che chiude i lavori nel 1563.
La nascita nel 1560 della nuova chiesa parrocchiale di Carmiano racchiude due novità non trascurabili. La prima è riconducibile alla partecipazione comunitaria per reperire le risorse economiche necessarie per la costruzione dell’edificio sacro, che da allora resta di patronato comunale e direttamente appannaggio degli ecclesiastici nativi del luogo; il secondo, non meno importante, è l’avvenuta integrazione cattolica dei nuclei domestici di provenienza slava, albanese, greca, giannizzera, ecc. non più nelle condizioni di poter replicare i riti della loro religione ortodossa. Una popolazione, insomma, forzatamente di fede cattolico-romana, ma con un clero ancora refrattario al rigoroso rispetto del celibato sacro, abituato per lungo tempo a convivere con una donna, ovvero “a prendere moglie”, un atto legittimo in quanto consentito dalle norme della religione di Bisanzio.
Ad eccezione dei paesi della Grecia salentina, dove le resistenze al cambiamento durano più a lungo, nelle comunità dell’hinterland leccese l’adesione alla chiesa romana appare diffusa e solida. L’obbedienza papale viene assicurata dalla vigilanza e dalle prescrizioni dell’autorità vescovile, la “longa manus” del potere centrale nella periferia cattolica. Il clero parrocchiale di Carmiano si adegua prontamente al nuovo quadro normativo deciso a Trento, mostrando non solo di riconoscere la gerarchia ecclesiastica espressa da Roma, ma anche di rispettare formalmente le disposizioni conciliari sia sul piano dottrinario sia su quello disciplinare. I due parroci che si avvicendano alla guida della parrocchia carmianese nella seconda metà del Cinquecento, Franco Melcaro e Donato Franco, si applicano con zelo a tradurre l’ortodossia della chiesa cattolico-romana negli atti devozionali più significativi.
Sul piano dottrinario la prima risposta espressa dal clero carmianese contro l’eresia protestante si materializza attraverso l’istituzione nel 1560 della confraternita del SS. Sacramento (associata per acquisire privilegi e indulgenze all’arciconfraternita romana nel 1562) con lo scopo dichiarato di affermare il dogma della transustanziazione negato dai luterani. Il culto dell’Eucaristia si rivela prioritario nella difesa del cattolicesimo romano, affidato ad un’associazione mista di laici ed ecclesiastici che tra i compiti da svolgere vi erano la solenne celebrazione della festa del Corpus Domini e relativa processione, la diligente custodia delle sacre specie nel tabernacolo, l’adorazione dell’Ostia consacrata per 40 ore nel periodo della Quaresima (ultimi tre giorni carnevaleschi), la comunione frequente e  l’accompagnamento del viatico agli infermi. La seconda risposta sul piano dell’ortodossia avviene nel decennio successivo contro la minaccia islamica, che tiene esposto il Salento all’espansionismo ottomano per quasi un secolo dopo il sacco turco di Otranto nel 1480. La vittoriosa battaglia conseguita dalla Lega Santa a Lepanto nel 1571 ha le sue immediate ricadute anche a Carmiano, dove viene fondata la confraternita del Rosario, un culto che si estende a macchia d’olio nell’orbe cattolico per significare lo scampato pericolo dovuto alla protezione della Vergine, che da allora diventa emblema del riscatto cristiano contro l’Islam.
Sul piano disciplinare le novità si concentrano su alcuni fondamentali adempimenti che riguardano il clero parrocchiale e i costumi della popolazione. Sono tutte prescrizioni conciliari che però non trovano rapida applicazione a Carmiano e, in genere, nel Salento, come la mancata formazione del clero nei seminari diocesani (verranno istituiti con quasi due secoli di ritardo) l’osservanza rigida del celibato sacro (mascherata attraverso la presenza domestica della perpetua), l’assolvimento precipuo dei doveri legati all’ufficio religioso (spesso contaminati da altri vili lavori), il venir meno del rispetto ebdomadario delle pratiche di coro e delle messe in suffragio in seguito ad un’accresciuta domanda di servizi religiosi. Un clero insomma inadeguato, non ancora pienamente tridentinizzato e per questa ragione non di specchiata esemplarità per la popolazione locale, che sul piano etico finisce per manifestare i limiti e i difetti propri di un ambiente comunitario chiuso in sé stesso, poco acculturato e non emancipato dai tradizionali culti sincretico-pagani.
La grande novità legata alla nuova chiesa parrocchiale si ritrova nella compilazione da parte dei parroci dei registri anagrafici relativi alle nascite, alle morti e ai matrimoni, un obbligo imposto dal Concilio di Trento per prevenire o evitare contaminazioni ereticali attraverso un controllo capillare della popolazione residente. Nessun membro della comunità poteva sfuggire alla registrazione anagrafica in quanto atti che si compivano in maniera esclusiva in chiesa, dal battesimo che avveniva quasi sempre il giorno stesso della nascita, al matrimonio religioso (unico riconosciuto come giuridicamente legittimo) e, infine, alla morte con la sepoltura in una delle quattro fosse esistenti all’interno dell’edificio sacro. Tra tutti gli adempimenti conciliari quello riconducibile all’anagrafe parrocchiale ha avuto un percorso più lineare, con un’attivazione rapida e una frequenza regolare. I parroci carmianesi in questo particolare compito hanno mostrato zelo, competenza redazionale e disciplina, assicurando un controllo costante del movimento demografico, oltre che un’assidua vigilanza sull’ortodossia cattolico-romana, continuamente minacciata da possibili devianze confessionali e da irregolari comportamenti etici.                        
 Mario Spedicato
 
Nei precedenti interventi:
030_solazzo.jpg180_quarta.jpg025_martena.jpg030_ortokinesis.jpg045_vcn.jpg170_pneumatic.jpg070_annaluce.jpg