#Sragionamenti, di Tonino Lauretti
"Il Palazzo dei Celestini nel programma di tutti. Ma con quale visione?
In questi giorni il dibattito sul futuro di Carmiano sembra dividersi tra chi chiede maggiore concretezza, valutando le proposte in termini di fattibilità più o meno immediata, e chi invece prova a tracciare una direzione. C’è chi guarda alle idee che iniziano a circolare come a programmi elettorali già pronti, da misurare sulla loro realizzabilità, e chi invece le considera per quello che, in questa fase, possono e devono essere: visioni. Se le leggiamo come programmi, è facile liquidarle come “libri dei sogni”. E, in fondo, messa così, l’obiezione è anche corretta. Ma forse il punto è un altro. Siamo in un tempo diverso: non quello del cantiere, ma quello del pensiero. Il tempo in cui una comunità può permettersi di chiedersi non solo cosa è possibile fare, ma soprattutto che paese vuole diventare.
Un’idea di fondo non è un programma, ma senza una direzione ogni programma rischia di ridursi a una somma di interventi scollegati. Allo stesso tempo, ciò che non si misura con la realtà resta un esercizio astratto. È qui che la politica è chiamata a tenere insieme le due dimensioni: immaginare e realizzare.
Provo a comunicarvi il mio pensiero con un esempio concreto: il Palazzo dei Celestini. È molto probabile che sarà presente in ogni futuro programma elettorale sotto la voce “recupero” e “valorizzazione”. Ma dire “valorizzare” non basta. La differenza sta nel modo in cui se ne immagina il ruolo. Il programma si ferma al recupero del bene — finanziamento, restauro, conclusione dei lavori — mentre una “visione” urbanistica si pone una domanda più semplice ma più radicale: come ci arriviamo e come lo viviamo? Oggi il Palazzo si trova lungo una direttrice poco integrata con il centro storico, pur avendone rappresentato in passato il fulcro. E allora la questione vera non è se recuperarlo, ma come renderlo parte della vita quotidiana della comunità. Senza una riflessione su accessibilità e collegamenti, il rischio è evidente: restare un luogo da visitare, più che da vivere, un “vista e fuggi”. Un collegamento ciclopedonale efficace, soluzioni per la sosta e un asse diretto tra via Stazione e via Lecce non sono dettagli tecnici, ma scelte che potrebbero trasformare la funzione del luogo. In questa prospettiva, anche il parcheggio di Piazza del Tempo diventa parte di un sistema.
Ma arriviamo alla concretezza del presente. Guardare lontano non significa vivere nell’astratto: significa saper scegliere anche ciò che si può fare subito. L’acquisizione di immobili già disponibili — come l’ex sede dell’Azione Cattolica — non è solo un’operazione immobiliare fine a se stessa, ma un’azione concreta: sottrae spazi al degrado e può restituire funzioni alla comunità, producendo effetti nel breve periodo. Ma soprattutto apre una direzione. È il primo passo per rendere credibile, nel tempo, anche un’idea più ampia: quella di uno spazio pubblico capace di generare nuova vitalità. In questa logica si inserisce anche un’ipotesi più ambiziosa: immaginare, nel cuore di via Roma, uno spazio di verde pubblico centrale, integrato nei percorsi e nella vita quotidiana del paese, capace di colmare una mancanza evidente.
Restare con i piedi per terra non significa rinunciare a guardare lontano. Significa sapere che ogni passo concreto ha bisogno di una direzione. Un programma senza respiro è un elenco; un’idea senza passi è un miraggio. La sfida, per chi amministra o si candida a farlo, è tenere insieme queste due dimensioni: non limitarsi a recuperare spazi, ma disegnare le connessioni che porteranno la vita dentro quegli spazi. È forse questo il senso più utile del confronto che si è aperto in questi giorni: non stabilire chi abbia ragione, ma creare le condizioni perché, domani, le scelte siano più consapevoli".



























