#Sragionamenti
"Questo articolo nasce dopo un confronto franco con alcuni cittadini, anche appartenenti alla categoria professionale dei farmacisti. In particolare, un operatore farmaceutico mi ha giustamente richiamato a un punto essenziale: quando un disagio viene espresso in modo scomposto o maleducato, si oltrepassa il confine del diritto e si finisce per calpestare quello altrui, peraltro pienamente riconosciuto dalla legge. È un richiamo che condivido senza riserve.
Proprio per questo sento l’esigenza di spostare il discorso fuori dalla polemica e lontano da ogni possibile strumentalizzazione, riportandolo su un piano speculativo, più filosofico e antropologico che rivendicativo.
Come semplice spunto di riflessione, mi viene in mente un passaggio di Karl Marx, che in Miseria della filosofia osserva come, a un certo punto della storia, ciò che gli uomini avevano considerato inalienabile — virtù, amore, opinione, scienza, coscienza — venga progressivamente portato al mercato per essere valutato secondo criteri di scambio. Non una bandiera ideologica, ma una chiave di lettura possibile dei processi storici.
In questa prospettiva, la farmacia non è semplicemente un’attività commerciale, né può essere ridotta a questo. È, storicamente e socialmente, un presidio di prossimità, un punto di contatto immediato tra il cittadino e la cura.
Non per colpa di qualcuno, ma per effetto del contesto attuale — sanità territoriale in affanno, servizi ridotti, popolazione anziana e fragile — questa funzione oggi pesa più di quanto le norme, da sole, riescano a descrivere.
Il dialogo e il confronto mi hanno consentito di aggiungere una lettura complementare, non alternativa, dello spaccato sociale che stiamo vivendo in materia di sanità: il progressivo indebolimento del principio di sussidiarietà. Sempre più spesso, infatti, soggetti privati e professionisti territoriali si trovano a svolgere funzioni di rilevanza pubblica senza che a questo corrisponda un adeguato sostegno strutturale da parte delle istituzioni.
Quando l’equilibrio tra iniziativa dei singoli e responsabilità pubblica si incrina, il rischio non è solo economico, ma sociale: che ciò che tiene insieme una comunità venga affidato esclusivamente alla buona volontà dei singoli operatori.
Qui non si mette in discussione alcun diritto dei farmacisti, né la legittimità delle leggi che regolano i turni. Si prende atto, piuttosto, di una tensione più profonda: legalità e giustizia sociale non coincidono sempre automaticamente, soprattutto nei momenti di transizione rapida e profonda che stiamo vivendo nella sanità.
Il punto non è stabilire chi abbia torto o ragione, ma riconoscere che una funzione sociale può eccedere la sua definizione giuridica, e che proprio per questo richiede una responsabilità condivisa, non scaricata unilateralmente.
Un discorso a parte merita la farmacia comunale, laddove presente, che rappresenta una forma esplicita di assunzione pubblica di una funzione essenziale. Ma la sua esistenza non esaurisce il problema: il tema resta l’equilibrio complessivo tra pubblico, privato e comunità.
Pertanto, tengo a precisare di non voler essere né apparire megafono del malcontento, ma provare a trasformarlo in pensiero. È l’unico modo perché una comunità discuta senza dividersi e perché i diritti restino tali senza perdere il loro senso".
Tonino Lauretti

























